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Nei castelli medievali la gestione dell’acqua era una vera e propria questione di sopravvivenza: in caso di assedi prolungati, o di periodi di siccità, l’autonomia idrica determinava il destino degli abitanti. La posizione dei castelli, spesso colloca su speroni rocciosi per rafforzarne la difesa, unita alla geologia del territorio, non sempre permetteva di raggiungere le falde acquifere con pozzi verticali, e la soluzione principale, nonché la più intuitiva, era la raccolta e il riuso dell’acqua piovana. Questo significava, per gli ingegneri dell’epoca, trasformare l’intera superficie del castello in un sistema di captazione delle precipitazioni, per convogliarle in impluvium e cisterne.

Qualche giorno fa ci siamo calati insieme al GRA (Gruppo Archeologico Ravennate) all’interno di una di queste cisterne, collocata nel borgo basso e ancora attiva. La cisterna è stata scavata nella marna, una roccia sedimentaria impermeabile e di facile lavorazione. Le scarse precipitazioni degli ultimi mesi hanno permesso di visitarla in sicurezza, in quanto l’acqua sul fondo raggiungeva il metro scarso di altezza.

Scendere all’interno della cisterna ha permesso di documentare gli strati del sottosuolo e l’ottimo stato di conservazione delle pareti, sulle quali sono ancora chiaramente visibili i segni dei picconi lasciati secoli fa.

Questa esplorazione ci restituisce l’immagine di un borgo organizzato, capace di sfruttare le risorse naturali del proprio territorio per essere autosufficiente.

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